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Dalle zie @ I luoghi

Dalle Zie
Maglie

Maglie, il cuore del Salento. Almeno geograficamente. A 15 chilometri da Otranto, a 25 da Gallipoli, da una parte l’Adriatico, dall’altra lo Jonio. Le due sponde e i due mari che si incontrano a Leuca disegnando un miscuglio di colori diversi.
Maglie, il paese di Aldo Moro. Al cimitero, nella cappella centrale, poggiata su un cavalletto a tre piedi, c’è una sua grande foto, ai tempi del suo essere uomo della politica. E in centro al paese, di fronte a quella che fu la sua casa natale, adesso c’è una piazzetta che porta il suo nome e una statua che lo rappresenta.
Maglie è una cittadina vivace, con un bel centro storico, piacevolmente percorribile a piedi. Una grande piazza dove si affacciano il municipio, un elegante edificio che ospita un liceo e alcuni negozi storici che si possono vedere già nelle foto di fine ‘800. Nel meraviglioso palazzo che è sede della Biblioteca Comunale è ospitato l’importante Museo Civico di Paleontologia.
Ci vorrebbe un libro intero per raccontare di Maglie e delle sue origini storiche. Voglio invece parlarvi della mia Maglie, di quello che ora vive solo nei miei ricordi, e che rammento con calore e un po’ di nostalgia.

Il primo sono le infinite botteghe che erano distribuite per le strade della città. Antichi portoni davano accesso a grandi saloni a volta, fatti con la famosa pietra leccese, nei quali artigiani di ogni tipo lavoravano con la tranquillità di chi sa che dopo aver operato su quel pezzo gliene sarebbe toccato un altro, e un altro ancora.
Ogni portone nascondeva meraviglie, per me ancora piccolo; i misteri di un lavoro, spesso tramandato, a volte addirittura dal nonno. Ricordo Nicola, il calzolaio, che stava all’angolo vicino la pasticceria Giordano. E poi il forno, che oltre al pane quotidiano sfornava deliziosi biscotti mandorlati che, ovviamente, rappresentavano la mia colazione preferita. O le farmacie con i mobili dal sapore antico, di storia. O ancora le sale da barba, dove l’ingresso a una donna era praticamente proibito.
Tutto questo parlava di identità, di storia, di cura; ognuno aveva il suo compito che serviva ai bisogni dei cittadini. Il tutto mi dava l’idea di un formicaio, dove ogni formichina produceva il suo pezzo, utile, di cui le altre avevano bisogno. In quella quotidianità le botteghe e i suoi comandanti non potevano che essere là, in quei posti, a garantire a tutti coloro che ne avessero avuto bisogno, di esserci.
Poi con gli anni è arrivata la moda della moda, che ha saputo portare via questi spazi, ha tolto questo ossigeno alla città. Incomprensibili boutique di importanti firme hanno invaso le vie e le piazze del paese modificandone l’anima.
Passeggiando ora per Maglie la rivedo con gli occhi di quando ero bambino, facendo un po’ finta che questo cambiamento non ci sia mai stato.
 
E un’altra Maglie che guardo con tenerezza e malinconia è una parte di città che sta in centro, in piazza, o alla chiazza. La piazza della verdura o del pesce, dove fino a 20 anni fa si godeva, oltre che del brulicare quotidiano di contadini e cittadini, anche della sua architettura. Un mercato coperto, così veniva anche chiamato, dove ogni giorno avveniva l’incontro tra quella che gli economisti oggi chiamerebbero domanda e offerta.
Forse troppo scontata per chi la viveva tutti i giorni, forse ritenuta troppo vecchia, un giorno non l’ho più trovata. Una ristrutturazione che ha tolto il fascino di quei banchetti minuscoli in marmo dove venivano adagiate, in un rituale quotidiano, tutte le verdure che un orto poteva produrre; piccoli tavolini che assumevano in un attimo la forma di un quadro dove il verde era il colore che dominava.
I profumi della verdura di questa terra viva che si diffondevano nel mercato, facevano compagnia alle voci dei contadini che cercavano di convincerti, non senza orgoglio, ad acquistare i loro prodotti: “cattati le rape, l’aggiu cote sta mane alle cinque, prima cu vegnu”  
(Comprate le cime di rapa, le ho raccolte alle 5 di questa mattina, prima di venire al mercato).
 
E infine, ma non parlo solo di Maglie, come non ricordare le mitiche Ferrovie Sud Est. Un altro mondo. Ancora oggi, quando mi capita di prendere un treno, spero sempre che non cambino mai. Che rimangano così, un inno alla storia. Almeno alla storia del Salento.
U treninu, a tradotta, a litturina, già questi nomignoli che vengono dati ai treni fanno capire che non si parla di una ferrovia “normale”. Anche lei sembra avere una sua anima, una sua storia, con i suoi binari unici che dispiegano da Lecce verso il Capo, formando una ragnatela dallo Jonio all’Adriatico. Con orari improbabili, ma proprio perché così unici, spostarsi da Lecce verso Maglie diventa veramente un viaggio.
E in questi treni puoi trovare ancora il sapore di un Salento antico. In mezzo a studenti, a qualcuno che si muove nella sua quotidianità di commissioni da fare, a qualche raro turista, ad uno sguardo più attento si vedono coppie di anziani dal passato sicuramente contadino, o anziani con la coppula che con le loro mani non nascondono la fatica di anni di lavoro nei campi.
Guardo questo con nostalgia; la piazza del mercato, le antiche botteghe, e questo treno, che 70 anni fa era quasi l’unico mezzo che da Maglie ti portava al mare.
 
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